 Ricorre oggi l'anniversario del ricordo delle vittime dell'Olocausto. Le stime parlano di 6 milioni di persone morte in nome della follia di un unico: omosessuali, intellettuali, oppositori, ebrei, rom, o gente che, semplicemente, era rea di non essere ariana. "Ariano", aggettivo che deriva da Ario, monaco bizantino eretico, indicava non soltanto il colore della pelle, ma anche la perfezione dell'animo: i tedeschi dovevano essere forti e amare l'arte tedesca, in tutte le sue forme. Si consideravano i discendenti misti della forza dei Romani e del valore dei Galli: uomini perfetti e superiori. Era la superiorità il valore che s'insegnava ai bambini tedeschi: "Tedesco è perfezione, straniero è macchia", si leggeva sui libri di storia dell'epoca. Proprio la paura verso lo straniero e verso il diverso caratterizzò fortemente la Germania nazista: lo straniero metteva paura, perché era diverso dal tedesco. Oggi le televisioni trasmettono le immagini dei prigionieri dei campi di concentramento, le radio ne leggono le lettere e le commoventi testimonianze, a scuola si leggono le poesie di Primo Levi e le pagine del diario di Anne Frank. E l'Occidente si sente la coscienza pulita, come se bastasse ricordare per riscattare le vite umane perdute e non guardarsi attorno. Leggere le poesie di Primo Levi e poi, imperturbabili, impallinare gli uomini di colore dietro casa, come a Rosarno. Guardare le immagini dei bambini emaciati e con le ginocchia scarne e poi insultare la donna con il sari che fa la spesa insieme a noi. Imparare a memoria il numero dei sopravvissuti ad Auschwitz o Mathausen e poi deridere la donna islamica che si copre il capo con il chador. L'Occidente ha veramente imparato dagli orrori dei campi di concentramento o continua a perpetuare quegli stessi orrori con l'emarginazione e con la diverso-fobia? Gli stranieri sono ancora picchiati e insultati come esseri inferiori. E non ha importanza se la musica africana rimbomba di suoni suggestivi vibranti e profondi, o se la donna con il sari è depositaria della millenaria e affascinante cultura indiana, o se la donna con il chador parla una meravigliosa lingua musicale. "Uomo di colore gettato in una fontana e morto assiderato", titolavano i giornali qualche giorno fa. Perché? Perché era un barbone innocuo. È facile, in tempi di noia e abbrutimento, prendersela con chi non ha nulla. E dove stanno i grandi valori della nostra società, esaltati quali derivanti dall'egualité, liberté, fraternité della Rivoluzione francese? Un islamico, un cinese, un indiano, un sudanese... è tanto diverso da noi? Lo è e dobbiamo fare tesoro della sua diversa cultura, invece di aborrirla e averne paura! Noi che viviamo nella globalizzata società occidentale, dobbiamo apprezzare ciascuna delle mille culture che completano la nostra, in quanto esistono e possono arricchirci come persone. Era questo ciò di cui i tedeschi avevano paura: un'altra cultura, diversa dalla propria, era vista come una minaccia. Gli eventi del secolo scorso sembrano non aver insegnato nulla agli uomini del 2000: ancora oggi, mentre celebriamo il Giorno della Memoria, gli stranieri e i diversi sono reclusi in lager moderni: ex fabbriche in disuso, silos abbandonati, cascine fatiscenti... Stranieri prostrati ai piedi della società che dovrebbe accoglierli, sospesi nel limbo di chi non ha più patria, né futuro, ma solo un eterno presente di maltrattamenti e indegne genuflessioni. "Inchinati, straniero: questa è terra di campioni".
Ilde Capizzi
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