 Ieri sera, al termine di una piacevole serata con i miei amici, mi sono ritrovato totalmente afono, le mie corde vocali, dopo aver a lungo vibrato per comporre, più o meno gradevolmente, i suoni delle mie parole, hanno deciso di fermarsi, quasi come uno sciopero bianco, e di non voler riprendere più a lavorare, lasciandomi distante dal mondo e dalla possibilità di comunicare con esso, di non essere sentito, in silenzio.
Ecco, il silenzio.
E' difficile innanzitutto immaginarsi una intera esistenza così ma, solo dopo poche ore, riesco a cogliere, grazie anche alla serena atmosfera del week-end non lavorativo, il piacevole benessere del silenzio, il fascino che incute, quello che ti conquista subito per la capacità di ascolto che ti regala. Siamo così ossessionati dall'ascoltare noi stessi che non ci immaginiamo neanche quello che gli altri potrebbero dirci semplicemente se li ascoltassimo, se li lasciassimo parlare, e invece no, preferiamo ascoltare il ronzio delle nostre parole, magari portandoci anche avanti nel tempo mentre conversiamo senza che quello che il nostro interlocutore ci dica possa avere qualche valenza, che possa generare in noi un interesse, una speranza, un confronto. Ma il silenzio ti regala emozione, ti permette di conoscere anche i più piccoli rumori impercettibili che non ha mai considerato, ti permette di concentrarti, di fare fuoco sulle cose, sui pensieri, sui sentimenti, sulla tua storia, sul tuo futuro, ti permette di sviluppare l'immaginazione, di permette di ragionare di conoscere, di leggere di comprendere.
Insomma, dovremmo stare un po' di più in silenzio.
Basta con queste urla assordanti che ci accompagnano dal mattino alla sera. Dalle prime urla dei muratori che di fronte casa mia procedono,ogni santa mattina dalle 7.30 in poi a fare, direi intensamente, il loro lavoro, a quelle dei ragazzi un po' alticci che sotto casa mia non vogliono proprio sapere di andare a dormire e urlano sbiascicando parole incomprensibili finchè le sostanze che hanno in corpo non prendono il sopravvento stendendoli in un sonno lobotomizzante che placa finalmente la loro voglia di urlare e di gridare il loro malessere sociale che non ha altro sfogo che quello dello sballo che ti annebbia, ti confonde e ti permette di sopravvivere alle oscenità e alla disumanità che li circondano.
Vogliamo solo urlare, siamo tutti così,confessiamolo.
In automobile urliamo al nostro prossimo con un astio che manifesta in pieno tutto il disagio che abbiamo nel condurre la nostra esistenza in armonia con gli altri, barcolliamo, facendo finta di vivere, recitando il ruolo delle vittime, deresponsabilizzandoci con l'alibi di vivere in un mondo di m. che altri hanno generato e nel quale, noi poveri pesci fuor d'acqua, dobbiamo, anzi siamo costretti a vivere.
Poveri noi.
E intanto urliamo, ci gridiamo sempre più in faccia e, alle volte, veniamo anche alle mani, così da sfogare tutta la rabbia che montiamo giorno dopo giorno che non può avere altro sfogo se non nel nostro prossimo"cattivo" e "spietato" che non ci regala mai alcuna gratificazione.
Come se le grida potessero lenire il malessere che abbiamo dentro, quasi come se la speranza di buttar fuori tutto con la voce, facendo sforzare al massimo le nostre povere corde vocali, fosse in qualche modo l'equivalente di buttar fuori quel disagio che alberga dentro tutti noi.
In tutti noi che, insoddisfatti, ci giriamo attorno per vedere tutti urlarsi addosso, gridare e non ascoltare, prevaricare senza tendere la mano, perché il nostro forte bisogno è solo quello di affermare noi stessi, anche se non valiamo niente, anche se non abbiamo nulla di nuovo da dire, quello che conta è affermarsi, superare il tuo concorrente nella vita, guardare dall'alto gli altri con il più ignobile disprezzo verso gli unici collanti che la storia della nostra cultura ci ha regalato:l'umiltà e la solidarietà
E allora gridiamo, andiamo in piazza, gridiamo contro qualcuno, ma mai a favore di qualche cosa ( ma questo è argomento già noto e non voglio tornare su quanto ho già scritto).Urliamo e basta.
Perché questa è l'unica cosa che ci fa star bene, che ci permette di buttar fuori quel male che noi, inconsapevolmente, alimentiamo nel momento stesso nel quale pensiamo di allontanarlo da noi.
Non so se avete in mente "L'Urlo" di Munch ( è l'immagine che accompagna questo pezzo ), ma adesso è il caso di farci un esame di coscienza e di capire che quell'urlo lì e proprio quello che ci rappresenta meglio, che ci da il senso di quello che sta accadendo.
Wikipedia scrive che :" Urlatori è il nome attribuito dalla stampa dell'epoca a una corrente canora che ha segnato una stagione musicale relativamente breve, in Italia, all'epoca del boom economico, ovvero fra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. La cifra stilistica di questa sorta di tecnica interpretativa - favorita dal diffondersi dei primi juke-box - era data da una voce ad alto volume, espressa in maniera disadorna e priva degli abbellimenti tipici del canto "melodico".
Fino ad ora pensavo che gli Urlatori fossero solo loro, invece scopro che siamo tutti noi.
L'urlo non ha niente di concretamente bello, non è estetico, non è etico e, soprattutto, non è affatto liberatorio, è come una droga che più la si assume e più non si riesce a farne a meno.
Guardiamoci, ascoltiamoci, soffochiamo il nostro impeto di predominanza sul prossimo e cominciamo a ritessere le fila di una cultura fondata su valori solidali, e non prevaricanti, perché non c'è colpa ma c'è solo errore, bisogna solo cercare di realizzare tutto ciò, senza urlare, confrontandoci e riflettendo,usiamo, insomma, un pizzico di tutta quella materia grigia che la natura ci ha donato e smettiamola di rimpallarci le responsabilità dei nostri fallimenti.
Che c'è vò a stare un po' in silenzio.......
Totò nei suoi film poneva sempre l'interrogativo :" Siamo uomini o caporali ?", vediamo di deciderci una volte per tutte. Riflettere, pensare e soprattutto magari leggere un po', non sono delle perdite di tempo, non sono tempo sottratto ad un possibile guadagno, ma un investimento per un futuro probabilmente migliore.
E' il quale che importa nella nostra vita non il quanto.
Un nostro illustre conterraneo,lo scrittore Gesualdo Bufalino, scriveva :" La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello." Cerchiamo di usarlo allora sto grimaldello così magari si apriranno, finalmente, le porte della nostra vita.
Corrado Armenia
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