 La vita a volte è strana. Ti permette di fare delle associazioni semplici grazie a eventi che tra loro, in partenza, non avevano alcun nesso o significato. Ieri, infatti, ho visto in tv i duemila servizi sul rientro della nazionale di calcio dal più brutto mondiale della storia del nostro amatissimo sport.Tutti si sono dibattuti sul significato intrinseco della vergogna e della bruciante brutta figura fatta in Sudafrica addossando le colpe, perlopiù meritate, al nostro prezzolato allenatore Marcello Lippi reo di una presunzione e testardaggine che ci hanno messo in ridicolo di fronte al Mondo. Vergogna.
Eppure, a guardar bene tra le righe degli eventi in realtà solo decine di persone a Fiumicino e qualcuna a Milano attendevano i calciatori per versare su di loro il senso profondo di una insoddisfazione dai colori vetero-patriottici dello sport che simboleggia da sempre lo spirito della nostra unità nazionale,"Vergogna, ci avete umiliato !" ho sentito blaterare da qualcuno,"Avete ridicolizzato l'Italia" ripeteva qualcun altro. Ma, a dire il vero, nonostante la pochezza del significato intrinseco di queste parole, la realtà che erano in pochi, e patetici, aggiungerei io. Ormai non ci si vergogna più. E vorrei ben vedere, aggiungo.
Ci sarebbe ben altro in questi giorni da mettere alla berlina, ci sarebbe tanta polvere da tirar via sotto i tappeti, ma la nostra propaganda plastificata del ventunesimo secolo si accanisce contro i suoi gladiatori del tempo perché, oltre ad essere un buon paravento mediatico, non è in grado di mettersi al servizio delle pubbliche coscienze, e si arrovella le meningi nella speranza di trovare qualche cavolata che ingrossi il portafoglio del proprio editore anziché rivolgere le sue attenzioni alla mediocrità diffusa che sta lacerando la nostra società. In un paese dove un ministro si fa comprare una casa da un affarista, in cui un altro si fa nominare per evitare un processo, dove il governo vuole disarmare i magistrati sulle intercettazioni nel nome di una paladina battaglia a favore della privacy,e potrei aggiungere altri centinaia di esempi, il nostro unico pensiero dovrebbe essere la vergogna per una sconfitta sportiva. Bel messaggio.
Ciò nondimeno la stampa in questi giorni si erge in piedi sbandierando ai quattro venti una battaglia contro il Dl sulle intercettazioni reo di imbavagliare la libertà di stampa, e su questo sono d'accordo anch'io, dimenticandosi che i primi boia della libertà di circolazione delle idee sono stati i giornalisti stessi, con l'eccezione di pochi, che hanno affossato per amore di parte la loro libertà di opinione in favore delle ragioni di qualcuno, anche se semplicemente ideologiche. Sconfessando la natura della propria professione i giornalisti si sentono privati del diritto di cronaca perché non possono mettere alla berlina personaggi pubblici a causa delle loro stesse parole estrapolate da colloqui telefonici. Come se non fosse possibile fare inchieste, articoli di denuncia senza lo straccio di una documentazione telefonica, come se la stampa, priva del suo grande fratello personale, non possa distribuire verità in mancanza di dialoghi senza filtro fatti durante una telefonata privata.
La vera indignazione dovrebbe essere quella di chi li compra i giornali e non ci vede più nulla se non il copia e incolla di tesi di parte, qualunque essa sia. A me preoccupa più il limite imposto alla magistratura che dovrà adesso fare di necessità virtù in un paese il cui governo si erge a paladino della privacy e svuota le casse dei tribunali che ormai sono ridotti ad accumuli di tonnellate di carta riposta in ogniddove senza più alcuna concreta possibilità reale di una giustizia che funzioni.Uno stato nel quale il processo breve lo si vuole per il penale e non per il civile,dove le aziende più rappresentative dimenticano di aver ricevuto per decenni e adesso, in nome della santa produttività, vogliono lasciare con il sedere per terra migliaia di operai. Non capisco come, e da qui il titolo del mio pezzo, La Fiat possa permettersi di ricattare così palesemente quei diritti dei lavoratori così faticosamente conquistati nel passato, e così svenduti nel presente, nel nome di un mercato globalizzato che non si preoccupa affatto dei cadaveri che lascia e che, soprattutto, non garantisce al mondo, con il suo movimento centripeto, il diritto più importante, quello che fonda la nostra Costituzione repubblicana,il lavoro. Con un ricatto bello e buono la Fiat sventola il vessillo del potere e, in sintesi, dice che si fa come dice lei o niente.Prendere o lasciare.
Presumo che i signori medievali erano più misericordiosi con il loro popolo.Adesso tutto questo non ha più senso.E' il profitto, il guadagno, l'unicoobiettivo,ed è anche giusto che sia così, immagina la maggior parte dei nostri contemporanei. Questo è e nient'altro.
La nausea mi assale prepotente nell'accostare tali pensieri all'arrivo degli sconfitti da una partita di calcio, nei loro volti, chini verso il basso, senza il coraggio di affrontare una vergogna senza pari, vedo la mediocrità del nostro essere italiani, del nostro essere sempre così affannati nel ricerca di un simbolo o di un eroe, del nostro eterno crogiolo passivo fatto di continue imitazioni di un modello imposto e mai discusso. Ma vedo anche il triste ed evidente aumento del senso di non appartenenza che ci scaraventa in un limbo senza fine senza scopo e senza meta. Una miriade di piccolo-borghesi fanatici, chi di calcio, chi di Berlusconi, chi di Santoro e di Travaglio,chi di Fini o di Casini,un esercito che continua a procrearsi senza soste aumentando il gap senza possibilità di ritorno,ricattando il senso del bello e del gusto che erano parte di questa nazione, una mandria di bisonti ottusi scatenata che non lascia niente dopo il suo passare, solo una tundra piatta di vuoto e inconsistenza che ci violenta con la sua immaturità e ci rende schiavi della nostra diversità. Così è essere italiani.
Il fatalismo. Fiat voluntas dei. L'impotenza del granello di sabbia nei confronti dell'universo, che è talmente più grande, e aggiungerei maturo, che non ci resta che stare su una riva del fiume in attesa di qualcosa che sfami almeno i nostri bisogni primari. Come se non ci fosse alcuna chance per chi vuole essere sé stesso, perché il conformismo è l'unica strada che porta alla vita, che non è altro che un ricalcare le orme di altri che, almeno, lasciatemelo dire, hanno almeno avuto il coraggio di farle per primi. Ho letto in questi giorni un gran bel libro , che consiglio a tutti, dal titolo Hanno tutti ragione.Il suo autore è anche un grande regista, il suo nome è Paolo Sorrentino.
Ebbene, il libro cita tante belle frasi ma una mi è rimasta impressa e , dice testualmente:"La piccola borghesia è come uno di quei film sugli zombie,ne uccidi tre, tiri un sospiro di sollievo, poi scoperchiando le tombe ne escono altri quattrocento". Rendiamo quindi merito a Marcello Lippi, da me odiatissimo in questi giorni per le sue scelte scellerate, per la cirrosi che mi ha provocato il rimpianto di non vedere Cassano ai mondiali, ma almeno in questa Italia di moralisti, probabilmente me compreso, rendiamogli atto di essere stato sé stesso. Corrado Armenia
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