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19 Novembre 2009 ore 21:03
La cultura del fare

La cultura del fare

I giorni che precedono il caldo derby di Sicilia tra Catania e Palermo sono quelli che, in passato, riempivano i cuori delle due tifoserie che vivevano con grandi aspettative l'attesa dell'evento sportivo. Sia i tifosi catanesi che quelli palermitani vivono questa partita con grande e accesa rivalità, tanto che il lutto di Raciti, oltre ad essere conseguenza della stupidità di alcuni, è stato anche triste frutto dell'eccesso estremo di tale contrapposizione, una rivalità che accende però anche gli animi di chi vive lo sport con il senso del campanile e che vive nell'attesa di eventi come questo. Mi spiace però dire come in questi giorni l'argomento clou dei dibattiti e delle chiacchiere da bar dello sport non è stato affatto il derby imminente ( e dire che c'è anche stata la sosta per la nazionale e quindi di tempo ce n'era ) ma, al contrario, le polemiche si sono concentrate sulla società del Calcio Catania e soprattutto sul contenuto, e gli alterchi conseguenti, di alcune dichiarazioni dell'Ad Pietro Lo Monaco. Non è mia abitudine esprimere valutazioni sul comportamento personale di alcuna persona, però devo con amarezza, riconoscere che, decisamente, non ho ben compreso il senso del comportamento e delle dichiarazioni del dirigente rossoazzurro.

Mi spiego meglio.
Come tutti noi sappiamo il Catania calcio naviga in cattive acque con soli 8 punti raccolti dall'inizio del torneo che le valgono il penultimo posto in classifica, la squadra, quest'anno allenata da mister Atzori, non ha mai convinto, tranne in un paio di occasioni, ed ha anche raccolto poco e, così come accade nel mondo del calcio, è cominciata la naturale reazione dell'ambiente che ha sollevato critiche,giudizi, valutazioni, ed anche maldicenze, sull'operato della società, soprattutto in relazione alle responsabilità dirigenziali sulle scelte tecniche fatte la scorsa estate. La scelta insomma di adottare una strategia, legittima e pienamente sottoscrivibile, di ringiovanire la rosa privandosi di tanti giocatori che erano entrati nei cuori della tifoseria rossoazzurra e sostituendoli con giovani atleti da far crescere nel massimo campionato italiano. Il tutto, nell'ottica del contenimento dei costi, con una mirata pianificazione, vedi centro sportivo, per far crescere la società anche e grazie al settore giovanile.
Ma nel calcio, lo sappiamo, valgono i risultati, e se questi non arrivano, le critiche piovono da tutte le parti e, in maniera altrettanto legittima, sollecitano il mondo mediatico legato al calcio, che notoriamente si avventa su questi fatti come una belva alla ricerca disperata di sangue.  In città si è insomma parlato del tutto e di più del tutto e ciò ha sicuramente suscitato una reazione della società, che si è fatta scudo di alcune critiche improprie per far si che il diritto di critica si rivelasse quasi come un reato di lesa maestà. Cercherò di spiegarmi meglio.

 In questi giorni alle critiche mosse al Catania l'Ad Lo Monaco ha più volte risposto, incomprensibilmente, adducendo come causa principale dell'inizio fallimentare della squadra, l'allontanamento dell'ambiente, stampa e tifosi, dalla società, quantificato in un numero più basso di abbonamenti e di spettatori paganti la domenica e , per ciò che concerne la stampa, in una serie di articoli che penalizzavano la pubblica immagine del Catania. Secondo Lo Monaco, opinione più che legittima, l'allontanamento dell'ambiente era la causa e non l'effetto, come tanti hanno sostenuto, altrettanto legittimamente, in questi giorni, sia nel mondo dell'informazione che in quello della politica ( vedi l'il pubblico alterco con il consigliere comunale Navarria finito a querela ), il Catania insomma, per il direttore Lo Monaco è una società che fa e che non si perde in chiacchiere, che risponde con i fatti come in questi ultimi anni.
Il fare.  
Questo è il punto. Vorrei capire se un uomo concreto come Pietro Lo Monaco non si sia accorto dello scivolone, sicuramente frutto del suo carattere prendere o lasciare, però pericolosamente degradante nella sua forma e nella sua accezione, perché , a suo dire, il consigliere comunale non aveva diritto di pubblica critica perché, cito testualmente, :" "Un signor nessuno, consigliere comunale, laureato ieri mattina e che campa con i soldi del padre, che ha dichiarato di voler regalare l'abbonamento." , come se l'incontrovertibile sua capacità di fare permetta a lui di non replicare alle critiche con delle argomentazioni, e, soprattutto, di delegittimare il suo interlocutore, non per la portata delle dichiarazioni, ma perché esempio di una società pigra e viziata.
E si badi bene che questa non vuole essere una difesa di qualcuno, in questo caso del consigliere Navarria, ma una accusa decisa al modello per il quale chi si assume responsabilità, chi agisce, ricordiamolo anche nel nome e per conto di tanti, non possa essere criticato semplicemente perché persona del fare, come se nel fare fosse chiusa la morale del nostro tempo che valuta le persone sul quanto e non sul quale. Cosa che non da diritto a nessuno, anche a chi ha ragione, di replicare con toni così arroganti a chi "osa" spargere dei dubbi, o semplicemente delle domande scomode, perché un personaggio pubblico deve avere la forza della coscienza, della ragione, e ancor di più del tatto poichè gestisce qualcosa che, oltre ad appartenergli economicamente, rappresenta qualcosa per tanti, anche per quelli che non la pensano in modo eguale e che, perciò, hanno eguale diritto di sostenere quello che vogliono.

Non voglio entrare nel merito del dibattito, ma l'idea che, in questo mondo, le cose si gestiscano solo con la forza dell'arroganza è purtroppo talmente comune e condivisa che non ci scandalizziamo più se qualcuno non risponde con degli argomenti, ma solo sollevando polveroni di polemica proprio perché di polemiche vere non se ne vuole occupare. Ho l'abitudine di valutare le ragioni di qualcuno quando questi argomenta la sua opinione, se il mondo deve essere di chi grida più forte, di chi fa tacere con il chiasso la voce del suo oppositore, allora non ci sarà argomentazione valida che tenga per non giustificare le critiche che montano. Alla fine del seicento nasceva un uomo che si chiamava François-Marie Arouet, più noto con lo pseudonimo di Voltaire,ebbene quest'uomo rimase nella coscienza del nostro sentire contemporaneo perché pronunciò una delle frasi più importanti della storia dell'umanità :" Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo".

Forse, dopo trecento anni, è bene per tutti che si ricominci a pensarlo davvero.

di Corrado Armenia


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