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20 Settembre 2010 ore 21:40
In nome del popolo sovrano

In nome del popolo sovrano

Cari lettori dopo una estate come quella appena trascorsa, ricca di spunti, riflessioni e colpi di scena, ho il desiderio di esprimere il mio senso più profondo di inquietudine nei confronti della nostra classe politica perché lo spettacolo acui assistiamo, ormai quasi quotidianamente, è, oltre che deplorevole, anche miseramente mediocre. Sia nel contenuto che nelle forme.
Quante volte in questa calda e lunga estate abbiamo sentito il rimando alla volontà del popolo, alla sovranità popolare con chiaro ed esplicito riferimento alla norma primaria del nostro sistema legislativo: l'art 1 della costituzione.

Dopo la frattura Finiana nel PDL, alla quale spero di dedicare un capitolo a parte dopo le prossime intenzioni del presidente del consiglio di presentarsi in aula per chiedere la fiducia alla sua maggioranza, abbiamo più volte sentito i massimi esponenti del partito richiamarsi alla volontà popolare espressa nel voto del 2008 come valore assoluto e primario sancito dal nostro ordinamento, soprattutto in relazione ad un possibile insediamento di un governo diverso da quello attuale perché contrario allo spirito della nostra legge.

Spero qui con voi di fare un ragionamento chiaro sul significato di queste libere espressioni di questi autorevoli e competenti esponenti della nostra classe politica.
Innanzitutto partirei dall'inizio e cioè dall'art 1 della costituzione e dal significato che i costituenti hanno voluto dare con la stesura definitiva a firma di Aldo Moro e Amintore Fanfani nel lontano 1947. L'articolo recita :"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"
Non ho alle spalle una carriera da giurista o da studioso di diritto ma vorrei provare a specificare il significato intrinseco e politico di quest'articolo.

Innanzitutto partirei dal concetto che l'Italia è una repubblica democratica. Ciò significa che i nostri rappresentanti vengono eletti e che, proprio per questo motivo, non è possibile ricoprire ruoli per ereditarietà e, soprattutto, non è possibile che la carica sia vitalizia ma limitata ad un tempo fissato dalla legge. Ebbene, in questi giorni i nostri illustri statisti che riempiono il nostro parlamento si preoccupano quasi esclusivamente di salvaguardare le loro poltrone ed il consenso raccolto nel 2008 ( badate bene intendo tutti compreso il Pd , solo la Lega avrebbe da guadagnarci con le elezioni) giustificando tale comportamento come bene per il paese,per la sua stabilità. C'è chi, come Casini, addirittura parla di patti di responsabilità nazionale, come se questo concetto non fosse già insito nel loro ruolo istituzionale....

Ma tiriamo oltre.
La nostra Repubblica non è più, da parecchi anni, rappresentativa della sua popolazione, ed anzi risulta essere più simile ad un consiglio d'amministrazione di un grande gruppo aziendale per il cui controllo si azzuffanno centri di potere che manovrano i loro azionisti ( tifosi ) promettendo chissà quali cambiamenti o piani di rilancio aziendale. I nostri governanti hanno dimenticato di aver redatto la peggio legge elettorale della nostra storia che ha sottratto, di fatto, al popolo tanto decantato, la possibilità di scegliere con una preferenza personale il proprio rappresentante parlamentare. Questi abili falchi della politica hanno sudolamente impasticcato i propri concittadini con le loro strategie di marketing ideologico, che sanno più di reclame che di altro, che sanno più di evanescente che di concreto, e hanno messo su una legge ingiusta che permette loro di designare i rappresentanti parlamentari semplicemente inserendoli al posto giusto e nel collegio giusto. Così per loro il popolo è diventato un'idea pubblicitaria, un ideale di plastica che ricorda ahimè infausti periodi della nostra recente storia e la nostra res pubblica non è più una cosa di tutti ma solo una cosa di qualcuno che si nutre esclusivamente del potere che è stato lui affidato.
Ma torniamo all'articolo 1. La nostra repubblica è anche , e aggiungerei soprattutto, fondata sul lavoro. Bene, in questi ultimi mesi ho sentito la più grande bufala mediatica, una boutade del piccolo, di statura e di fatto, ministro Brunetta che ha azzardato una ipotetica modifica di questo pilastro della nostra legislazione spiegando, in un paese in piena emorragia di posti di lavoro, in piena emergenza occupazionale, che "stabilire che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla" e poi aggiunge La parte valoriale della Costituzione ignora temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito".
Cerco ancora di capire cosa voglia significare.
E' vero che il nostro mondo produttivo è profondamente cambiato con l'avvento della globalizzazione, è altresì vero che cavalcare la logica del merito fa raccogliere consensi, ma di fatto, questo governo, o meglio, gli ultimi 5-6 governi del paese, gestiti sempre dalle stesse facce, cosa hanno fatto, o almeno cosa hanno proposto dopo i grandi mutamenti economici seguiti alla crisi americana di 2 anni fa ai loro cittadini/elettori ? e come hanno intenzione di ricucire il tessuto socio economico del paese senza una strategia complessa seria e di contenuti ? Il lavoro è un grande valore del nostro paese, che ha sempre contraddistinto la maggior parte dei suoi cittadini, che ricordiamolo, sono persone di buona lena, capaci, intraprendenti, intelligenti e creativi, peccato però che queste categorie di persone hanno dovuto allontanarsi dall'italia per trovare il riconoscimento del loro valore professionale perché da noi vige, soprattutto qui in meridione, la regola più antica del mondo quella della clientela, dell'amicizia e , purtroppo nella sua accezione peggiore, quella della famiglia. Come si fa a dire che la concorrenza e il mercato sono dei valori, cosa balena nella mente di questi ossessivi filosofi della esistenza contemporanea, ovviamente scherzo, per i quali una regola cinica che prevede vincenti, e tanti perdenti, che non si preoccupa dei cadaveri che lascia dietro di sé possa essere assunta come valore. Il mercato libero è un valore solo per chi ci guadagna e l'esperienza americana dovrebbe farci aprire un po' di più gli occhi.
Ma dove sono finiti i nostri valori di solidarietà , laica e cristiana, che hanno permesso che si fondassero le basi di un grande paese capace di avere per più di un trentennio dopo la seconda guerra mondiale una classe dirigente di grande spessore, incline alla volontà e all'idea della funzione per la quale era preposta ? E' possibile ancora adesso nel 2010 sorbirci le menate di berlusconi sulla paura del comunismo e le uscite xenofobe della lega e di alcuni esponenti del pdl ? E' possibile poi vedere le assurdità di una sinistra che non ha più identità e va alla ricerca disperata di un conducator che la porti fuori dalle sabbie mobili della sua incostitenza ? E che dire della faciloneria giustizialista e populista di Di Pietro che la mette solo e soltanto sul piano giudiziario ?
Nella disperazione, si sa, la cosa più facile è aizzare le folle le une contro le altre, e le folle, si sa, nella disperazione ci vuole poco ad aizzarle.
E' cosi il popolo diventa populismo, lo spessore delle nostre ideologie si disgrega sotto i colpi dei nuovi valori, contabili, della nostra modernità e a noi rimane solo di commentare l'ultima parte dell'art.1 che sancisce che La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Ebbene direi che è il caso tutti di ricordarcene. Sia nel mero significato, per dirla alla Grillo che quei signori sono i nostri dipendenti e non i nostri padroni, ma anche nella metodologia del suo esercizio che , proprio per non essere arbitrario, si esprime nelle forme e nei limiti della costituzione.
Ciò significa che il popolo è sovrano ma esercita la sua sovranità, come del resto ogni cosa in questo paese, almeno sulla carta, seguendo i dettami della legge primaria del nostro ordinamento che, sebbene l'esimio giornalista del Corriere Piero Ostellino scriva che:" Paghiamo il prezzo di una cultura di matrice cattolico-dossettiana e comunista alla base della nostra Costituzione, liquidativa delle libertà economiche, fortemente anti-individualistica e illiberale. Dietro una parvenza di solidarismo si nasconde però una profonda vocazione totalitaria tipica di quella cultura d'origine. I nostri guai, a mio parere, nascono da lì", io continuo a pensare, invece, che iè fondata su principi , sottolineo, assolutamente liberali, che devono continuare ad essere riferimento del nostro agire e un obiettivo primario da raggiungere.
Mio fratello mi ha detto chiaramente che sono troppo pessimista nella mia visione delle cose, credo però che se viviamo in un paese che ha dimenticato le sue radici, il valore delle sue fondamenta e la forza delle sue tradizioni migliori, non ci si può sentire ottimisti ma si può solo lavorare ancora di più perché l'idea del futuro ripercorra le menti dei giovani, perché l'idea di una nuova frontiera o speranza venga raccolta da chi verrà dopo di noi e avrà imparato dalle nefandezze del nostro presente che rendono il nostro paese sempre meno bello e sempre più ingolfato nella sua faciloneria.
Il conte Cavour scriveva che" Il primo bene di un popolo è la sua dignità", spero che in noi ritorni il desiderio concreto di voler riaffermarci come italiani dando un senso e dignità, appunto, al luogo dove siamo nati..
So di essere retorico ma a dirla con le parole di Aristide Gabelli, uno dei padri del positivismo filosofico in Italia: "I popoli, al pari degli individui, tanto possono quanto sanno"
Corrado Armenia






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