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31 Agosto 2010 ore 15:49
Dove è andato San Giuseppe?

Dove è andato San Giuseppe?

Esiste ancora San Giuseppe? No tranquilli, non abbiamo intenzione di confutare la veridicità storica del padre putativo di Gesù Cristo, ma molto più semplicemente, tentare di capire i padri dei giorni nostri.
Per la festa dei papà si è scelto il 19 marzo, giorno che la chiesa dedica a San Giuseppe, perchè da sempre è il santo che meglio rappresenta la figura paterna. Eppure come abbiamo detto era un padre putativo, cioè non, come si usa dire oggi, biologico. Nonostante ciò è considerato l'emblema della paternità, come mai?
Perché ha amato. Ha amato una moglie che non era completamente tale, un figlio che non era figlio ma anche un po' padre, e lui falegname dal cuore semplice li ama. Li ama e li rispetta, nella loro umanità così come nella loro divinità: che figura straordinaria. I cervelloni delle strategie commerciali hanno decisamente fatto centro quando hanno deciso la data della festa del papà.
Ma quanto c'è di San Giuseppe nei padri dei nostri giorni? Poco? O molto? O un pochino? Non amiamo le definizioni per categorie, perché non crediamo che ci siano papà buoni, cattivi, così così, intelligenti, poco intelligenti, crediamo invece che ci sia Tizio buon papà, Caio cattivo, Sempronio intelligente e così via. Certamente alcuni modi di essere o di pensare sono più diffusi di altri ed è di questi che vogliamo parlare.
Per i padri di oggi, non è facile il rapporto con i figli. Ad onor del vero non era facile nemmeno quello dei loro padri con loro, o dei loro nonni con i loro padri, forse i rapporti padri-figli non sono mai stati facili. Con una differenza, mai come adesso c'è stata tanta confusione ed incertezza nei ruoli. Sembra quasi che i padri di oggi, e a scanso di equivoci precisiamo che parliamo di padri intendendo genitori , non abbiano la capacità o la voglia di definire ruoli precisi all' interno della famiglia. Chi non ha sentito frasi del tipo " Io voglio essere amico di mio figlio "? Riteniamo che questo sia un pessimo modo di intendere il rapporto genitori-figli. Un figlio non ha bisogno, e forse neanche vuole, un amico o un amica nei genitori, poiché gli amici li ha e comunque li sceglie lui ( o lei ). Il padre o la madre sono altro. Devono crescere i figli accompagnandone la vita, provvedendo ai loro bisogni, curandone la salute, l'educazione, la socializzazione.
Devono essere riferimento certo ed autorevole, rispettare i propri figli e pretenderne il rispetto, saper dire qualche volta no.
Questo è il tasto dolente, l'equivoco più pericoloso: la confusione che spesso si fa tra permissivismo e disponibilità. Dire sempre si ad ogni richiesta dei figli è cosa tutt'altro che difficile: non bisogna motivare il diniego, arginare proteste pianti e rimostranze di ogni tipo ( i figli in questo hanno un talento innato ).
Viceversa spiegare le ragioni di un no è spesso piuttosto complicato e faticoso, riuscire a farne comprendere le ragioni, farlo accettare, richiede un impegno ed una capacità di dialogare notevole.
Per quei pochi che equivocando ritenessero che siamo favorevoli ad una educazione severa ed autoritaria, specifichiamo che non la citiamo nemmeno perchè la consideriamo patologica. Un eccesso di severità, il ricorso a percosse o ad altri tipi di maltrattamento sono tutti segni di debolezza psicologica, ed in qualche caso di vere e proprie turbe psichiche. Se ho il rispetto di mio figlio, avendolo rispettato, se è certo del mio amore, della mia disponibilità, della mia presenza non ho alcuna necessità di forzarne la volontà.
Per concludere: se si spegnesse il televisore e si provasse a parlare un po' di più in famiglia, se ci si ascoltasse un po' di più senza parlarsi addosso, probabilmente impareremmo tutti a conoscerci ed a capirci. Amare un figlio, e ci rifacciamo ancora a San Giuseppe, significa amarlo per quello che è, rispettandone l'unicità, la personalità; senza tentare di piegarne la volontà al progetto che abbiamo fatto per lui e di lui. Volerne il bene non significa deciderne la vita.


Giuseppe Rubino


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